sabato 22 aprile 2017

Bran il paladino: attacco al Tempio - Cap.7: Antica profezia perduta.

Per voi fameliche lettrici e famelici lettori, ecco il secondo post di giornata!
Ciancio alle bande 😉 passiamo subito al sodo, al nocciolo della questione, all'intro immancabile di questo settimo capitolo del mio primo romanzo fantasy "Bran il paladino: attacco al Tempio".

Bran, Nemrak, Nin e Rurik stanno dando fondo a tutte le loro capacità e a tutti i loro poteri per scovare e sradicare il male che si annida nel cuore di Ororia, città consacrata al culto di Orus di cui Bran Llyr è fiero e potente, seppur giovane, paladino.
Dopo oscurità sacrilega e trappole, non morti, scheletri e fantasmi, Minotauri, Sfingi con i loro mortali indovinelli e Golem cosa dovranno ancora affrontare i nostri eroi?
Il destino di Bran, in questo capitolo, sembra legarsi ad un'antica profezia perduta; una sinistra profezia che sembra gettare sul futuro del paladino un oscuro auspicio.
Nonostante ciò, la resa dei conti è vicina e il nemico, quella fu signora Malstorm, non può più riparare altrove.



7 – ANTICA PROFEZIA PERDUTA

Il viaggio dentro il portale fu corto ma non piacevole: Rurik, come gli altri tre suoi compagni di ventura, si sentì risucchiare in un vortice la cui violenza minacciava ad ogni istante di lacerargli il corpo, stirato e contorto in molte direzioni nello stesso momento. Per fortuna, quell’orrenda sensazione durò soltanto una manciata di secondi al termine dei quali, sbigottito, il nano si trovò carponi su un freddo pavimento lastricato di antica pietra, solida e polverosa.
Alzati gli occhi, il guerriero vide ergersi, ad una dozzina di metri da lui, un grande portone alla guardia del quale, immobili, stavano due armature vuote.
Pochi istanti dopo, dal portale alle sue spalle sbucarono Bran, Nemrak e poi Nin i quali, seppur rischiando di incespicare, riuscirono a non cadere.
Conscio della sua imbarazzante posizione, Rurik si affrettò a rimettersi in piedi, e per sorvolare sull’accaduto indicò subito il portale che si trovava dinnanzi.
         <<Suppongo che lì dentro si trovi la ragione della nostra missione>> constatò puntando il tozzo dito dritto davanti al suo naso.
         <<Ne hai per caso fiutato la scia?>> gli chiese il mezzelfo, mal celando volutamente il suo divertimento avendolo visto, poco prima, carponi come un cane che odorasse una pista.
         <<Per dare un assaggio al filo della mia lama ti basterà solo continuare…>> gli rispose l’altro, irascibile ed attaccabrighe.
         <<Risparmiate il fiato per combattere>> li interruppe Bran Llyr, serio in volto, spianando lo spadone dinnanzi a sé. <<Quelle sono armature animate>> li informò. <<Ci attaccheranno non appena saremo a portata, vale a dire tra qualche passo.>>
         <<Allora non facciamole aspettare!>> gli rispose Rurik, irruento. <<Hanno già atteso troppo!>>
Desideroso di rifarsi, per dimostrare al mezzelfo la sua superiore capacità marziale, il guerriero nanico prese a correre verso i guardiani del portale.
         <<Vediamo chi li butta giù per primo!>> gridò in direzione di Nin il quale, raccogliendo la sfida, incoccò e corse dietro al suo compagno.
L’oscurità che stava dentro gli elmi delle armature vuote si illuminò di due lunghe fessure rosse che, dopo aver lampeggiato un paio di volte, si puntarono sui due nemici che gli correvano incontro. Tra scricchiolii e stridori, i due guardiani presero repentinamente vita alzando gli scudi ed iniziando a far roteare il loro mazzafrusto.
Rurik piombò sul nemico con l’irruenza tipica dei guerrieri nanici, staccando all’armatura animata, con un solo potente colpo, il braccio con il quale reggeva lo scudo.
Poco più in là, l’altra armatura animata rimase inchiodata al suo posto: le frecce di Nin, infatti, la trapassarono senza troppe difficoltà per andarsi poi a piantare sul legno del portone.
Il nano, non contento, sfruttò la forza impressa alla sua ascia per colpire subito una seconda volta, solo che l’armatura magica calò rapidamente la palla chiodata in direzione della spalla del suo nemico. Accortosi, il nano fece deviare la traiettoria della sua lama così da intercettare il contrattacco: la catena del mazzafrusto si attorcigliò attorno al manico dell’ascia da guerra di Rurik che, digrignando i denti, abbassò la testa caricando il nemico come un ariete; le corna del suo elmo si insinuarono a fondo nell’antica armatura qua e là arrugginita che, sferragliando, si schiantò al suolo.
Nel frattempo, il ladro scoccò altre due frecce dirette alle braccia della seconda armatura animata che, così crocefissa, era incapacitata a muoversi. Lasciato l’arco, Nin si gettò sul nemico sfoderando il lungo coltello ricurvo.
Recuperata velocemente la sua ascia, Rurik roteò su se stesso, impattando con forza l’armatura che si trovava al suo fianco, inchiodata dalle frecce di Nin.
Quando Nin affondò l’attacco, il suo kukri andò a piantarsi su null’altro che il legno del portone.
         <<Ah, scusami mezzelfo! Pensavo che stessi ancora prendendo la mira…>> si giustificò il nano, fingendo una candida ingenuità.
         <<Avrei voluto vedere se non fosse stata inchiodata…>>
Nin, però, non ebbe il tempo di terminare la frase poiché, profondo e sconquassante, un tremore fece sobbalzare il lastricato sotto i piedi dei quattro avventurieri mentre, altrettanto assordante, un rombo accompagnò il cigolante girare del portone sui propri cardini.
Tirandosi dietro il nano, Nin si allontanò in fretta.
Gli ampi battenti del portone scricchiolarono muovendosi a fatica su cardini in disuso da lungo tempo mentre, centimetro dopo centimetro, il portone si apriva lasciando entrare nell’ampio salone disadorno le tenebre che, irrequiete, fremevano dall’altra parte.
Un leggero velo di fumo nerastro prese a strisciare, ad altezza delle caviglie, verso i quattro avventurieri conquistando a palmo a palmo l’ambiente ora più che mai buio, mentre lamenti ed urla ora profonde ora acute, ringhi e clangore d’acciaio stridente su altro acciaio arrivavano alle orecchie dei compagni di ventura penetrandogli nelle ossa e raggelandogli il sangue.
Per niente intimorito, a differenza degli altri tre avventurieri, Bran prese a recitare un’invocazione ad Orus affinché accordasse a lui ed ai suoi compagni coraggio, forza e determinazione. Fu così che la bianca luce del dio discese, anche nel buio di quelle segrete, disegnando attorno a Bran un sole splendente i cui raggi raggiunsero, uno per uno, Rurik e Nemrak e Nin i quali divennero subito consci della positiva presenza del Bianco Signore al loro fianco: il timore sparì dai loro cuori sostituito dalla certezza che il loro braccio sarebbe stato guidato da un’entità divina.
Come se l’incantesimo del biondo paladino fosse stato il segnale di scatenare l’inferno, il portone di nero legno massiccio si spalancò sulla spinta di un freddo alito di morte che spirò anche sui volti dei quattro avventurieri, rigurgitando nel salone un’orda di mostri non morti che, urlanti, si lanciarono sui nemici dinnanzi a loro.
Nemrak, istintivamente, indietreggiò, pronta ad investire l’orda con la sua magia: le leggere vesti argentee presero a fluttuarle attorno mentre l’energia divina, calda e confortante, si incanalava nel suo corpo per coagularsi in una miriade di scintille nei palmi delle sue mani spalancate dinnanzi al viso. Terminando l’invocazione, la chierica fece esplodere l’incantesimo in un cono di dorata energia che investì alcune creature disposte disordinatamente sul lato sinistro dello schieramento, cremandole al momento.
Dall’altra parte dello stanzone, Rurik non deluse le aspettative, lanciandosi a capofitto tra la selva di nemici con l’ascia rotante al di sopra della sua testa: dopo aver macellato con un solo colpo un paio di zombi macilenti, sparì nella mischia.
Sulla difensiva, invece, Bran si prese alcuni istanti per incantare ulteriormente la lama del suo spadone, conferendogli la capacità di arrecare danni mortali con un solo affondo.
Da dietro le sue spalle, a qualche passo di distanza, Nin scelse dalla sua faretra una delle due frecce che teneva per le occasione, a sua detta, speciali: a differenza delle comuni frecce, questa recava in punta un sacchettino colmo di una speciale mistura inventata dal mezzelfo stesso. Il suo effetto fu spettacolare oltre che devastante: colpito uno zombi in pieno petto, la mistura prese fuoco per esplodere poi con un rombo ed una violenza terrificanti, creando il vuoto nel raggio di qualche metro. Sangue ed interiora macilenti schizzarono in ogni direzione, iniziando a rendere viscido il campo di battaglia.
Approfittando dello scompiglio, anche il biondo Bran decise di gettarsi nella mischia l’istante successivo all’esplosione, seguito dappresso dal ladro. Lo spadone del giovane paladino fece un massacro tra i nemici che, ora infuriati, concentrarono su di lui i loro attacchi. Lottando schiena contro schiena, però, Bran e Nin riuscirono per qualche tempo a tenere a bada quelle orride creature, finché non scesero sul campo di battaglia i Generali di quelle folli truppe: scheletri in armatura completa ed armati di spada lunga e scudo.
Le file di zombi si aprirono per far largo alla meglio disciplinata compagine scheletrica la quale, con una manovra silenziosa ed ordinata, si dispose in formazione d’attacco: il cigolio prodotto dalle antiche spade, estratte dagli altrettanto antichi foderi, fu come un segnale, per gli zombi, di farsi da parte. Dal canto loro, le putride creature non morte cessarono di combattere e fecero qualche passo indietro.
Il Comandante dei Generali scheletrici, dopo aver lanciato un innaturale grido di battaglia, alzando la sua spada verso la nera guglia di quella fenditura, ordinò ai suoi di avanzare.
Nel frattempo, ferma sulla soglia del portone di legno massiccio, quella che era stata la Signora Malstorm, e che ora mostrava le sue vere sembianze di mostro mezzo donna e mezzo cane, osservava.
I quattro avventurieri, rifiatando, si riunirono per cercare di meglio resistere al probabile accerchiamento degli scheletri: Rurik, asciugandosi il sudore con il dorso di una mano, si preparò alla cruenta battaglia tendendo tutti i possenti muscoli del suo tozzo corpo mentre, rinfoderata la spada, Bran chiuse gli occhi per trovare la concentrazione necessaria a lanciare un incantesimo.
Forte del suo randello benedetto, arma possente contro degli scheletri, Nemrak raccolse tutto il suo coraggio cercando di ricordare le nozione marziali impartitegli alla Torre del Conclave durante l’addestramento; dal canto suo, il mezzelfo dal bruno pizzetto e dagli occhi leggermente obliqui, cercò nella faretra la freccia… Ancora prima che gli scheletri potessero muovere un solo passo, portatosi alla testa del gruppo con un salto acrobatico, il ladro incoccò e, atterrato in ginocchio, scoccò al centro della formazione nemica: la morbida punta della freccia esplosiva impattò lo scudo di un generale scheletrico, scoppiando con un boato che riempì spaventosamente tutta la caverna, riducendo in polvere buona parte dei nemici.
Ora urlanti ed infuriati, gli scheletri scattarono in avanti: anche se molti di loro giacevano per terra a pezzi, il loro numero era soverchiante. L’orda ossuta piombò sui quattro avventurieri, accerchiandoli, spingendoli sempre più verso lo scuro portone di legno massiccio che dava l’ingresso alla stanza nella quale si trovava il servitore di Hanubi in Ororia: la bestia mezzo donna e mezzo sciacallo.
Resosi conto dell’inefficacia delle sue frecce contro gli scheletri, Nin balzò alle loro spalle per continuare a scagliare sugli zombi che, uno dopo l’altro, caddero sotto la pioggia di dardi.
Bran, che si trovava tra Nemrak e Rurik, iniziò a salmodiare un’invocazione mentre gli altri due cercavano di tenere a bada quei temibili combattenti, ben addestrati, senza paura ed insensibili a qualsiasi dolore. Certo, veterano del campo di battaglia, il nano se la stava cavando meglio della chierica che, seppur forte della sua arma benedetta che con un solo colpo poteva ridurre in polvere uno scheletro, stava ricevendo molti colpi: profonde ferite, infatti, iniziarono ad aprirsi sul suo corpo mentre il sangue, che usciva copioso, imbrattava le sue leggere vesti argentee che, inzuppate, le si incollarono addosso. Solo il corpetto ed i bracciali di cuoio indurito le evitarono di riportare, per il momento, ferite mortali.
A spalla a spalla con Nemrak, Rurik roteava la sua robusta ascia in modo da parare i molti fendenti nemici e, allo stesso tempo, trapassare armature e tranciare quante più ossa possibili: ai suoi piedi, dopo alcuni minuti di scontro, se ne era creata una catasta.
         <<Bran! Muoviti se non vuoi che la chierica sia ridotta un colabrodo!>> gli urlò il nano, storpiando le ultime sillabe nello sforzo di calare la lama su uno scheletro che si era fatto troppo vicino. <<Mi senti? Maledizione!>> gridò ancora senza ricevere alcuna risposta, nemmeno un accenno, dal biondo paladino… Un sibilo, e la lama di una spada nemica gli trapassò il gambale aprendogli un profondo taglio nella coscia. Nonostante il dolore lancinante, il nano, incurante, rispose con un terribile fendente dall’alto al basso che attraversò lo scheletro riducendolo a pezzi. Ora zoppicante, Rurik cercò di fare appello alla sua grande disciplina guerriera per sopperire alla limitata mobilità.
Addossato alla fredda parete di pietra della caverna, a corto di frecce ed incalzato da mostruosi zombi armati di catene e falcetti, Nin fece appello alla sua felina agilità per cercare di sopravvivere alla cruenta mischia nella quale era andato a cacciarsi. Lasciato cadere l’arco e sfoderato il suo kukri, oltre che un sorriso a metà tra l’eccitato e l’incosciente, il ladro mezzelfo imperversò tra le fila di non morti riuscendo a schivare, alle volte per miracolo, la maggior parte degli attacchi portatigli.
Da dietro i grandi battenti del portale, ormai sicura della vittoria, la donna sciacallo fece guizzare la lingua tra le fauci pregustandosi l’esaltazione del momento in cui avrebbe offerto in sacrificio alla sua Nera Signora il corpo e l’anima di un Paladino e di una Chierica del loro odiato nemico: Orus.
La gamba di Rurik iniziò a cedere poco per volta, impedendogli di muoversi come avrebbe dovuto per parare i fendenti degli scheletri e contrattaccare repentinamente: costretto ad incassare più colpi di quanti avrebbe voluto, il nano iniziò a fiaccarsi. Non meglio di lui stava la chierica, anzi, la sua vista iniziò a giocargli brutti scherzi, cosicché un numero crescente di colpi del suo randello andarono a vuoto mentre, approfittando dei suoi errori, gli scheletri si fecero sempre più aggressivi. Svuotata delle forze e colma di un senso di perdizione, Nemrak vacillò, finendo per trovarsi a combattere in ginocchio… Costringendo Nin, che con i suoi occhi di falco la scorse nel mezzo della battaglia, a lanciarsi in suo aiuto: passato sotto ad un improvviso fendente che avrebbe voluto aprirgli la gola, il mezzelfo spiccò uno spettacolare salto che lo portò a trovarsi a pochi passi dalla chierica. Raggiuntala, cercò di contrastare l’attacco degli scheletri che, urlanti, avanzavano inesorabilmente.
Così soverchiato, il gruppo fu costretto a varcare la soglia del portone che immetteva al salone nel quale, quella che era stata la Signora Malstorm, si godeva lo spettacolo da sopra il suo scranno dietro al quale, circondato da fosche maglie di nera energia demoniaca, stava una grande stele incisa di rune dorate.

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<<E’ nelle ore più buie della nostra esistenza, quando dolore e disperazione riempiono la nostra testa e impregnano il nostro cuore, che la nostra fede deve essere più forte così da far bruciare la scintilla di Orus come un fuoco inestinguibile>> era solito ricordagli Thoris, Maestro della Gilda, quando le prove della vita gli sembravano insormontabili.
Con quella frase che gli echeggiava in testa, Bran riaprì gli occhi cerulei, ora resi brillanti come stelle dalla forza divina che Orus gli aveva concesso.
Aperte le braccia e stese le mani, la sua magia iniziò ad avvolgerlo come le spire di un luminoso serpente che, con sempre maggiore velocità, si stringessero attorno al suo corpo per svanire solo quando, fasciatolo completamente, scoppiarono in una miriade di frammenti dorati mentre sul pavimento della caverna andava disegnandosi il simbolo del Bianco Signore: un sole raggiante che illuminava quelle lugubre segrete di tenebra e malvagità.
Con la vista velata da lacrime di rabbia, perché ogni colpo che i suoi tre compagni di ventura avevano sofferto lo aveva potuto sentire anche lui, Bran vide le scintille di magia spandersi nell’aria come fiocchi di neve in tempesta per poi posarsi, lievi ma letali, sull’acciaio delle armature nemiche, sulle antiche ossa macilenti degli scheletri e sulla pelle livida e gonfia degli zombi.
Furioso, purificatore e portatore di speranza laddove solo la morte li attendeva, il fuoco esplose tutto attorno ai quattro avventurieri divampando velocemente tra le fila nemiche che, urlanti di dolore e terrore dinnanzi all’ira di Orus, si sfaldarono: l’acciaio delle armature colò sugli scheletri impedendogli la fuga e costringendoli, immobili ed inermi, a soffrire le pene che le loro anime dannate meritavano, così come le meritavano quei non morti che, ora ridotti a candele destinate a squagliarsi lentamente, andavano vagando disperatamente per la caverna in cerca di un sollievo che sarebbe arrivato solo con la loro distruzione, per ricominciare subito dopo nell’Abisso in cui i servitori di quella stessa Padrona che avevano servito li avrebbero tormentati per l’eternità.
Ciò che rimase, alla fine, fu cenere e carne bruciata.
Alla vista di quelle fiamme che tutto lambivano, la creatura mezzo donna e mezzo cane si agitò sul suo trono, sperando almeno che da quell’incendio non si salvassero nemmeno i suoi nemici. Rimase però delusa quando, tra le ardenti lingue di fuoco, vide disegnarsi la sagoma di un umano dai lunghi capelli fluttuanti che, avanzando con in pugno uno spadone a due mani, puntava dritto verso di lei.
Cacciato un ringhio terrificante, la donna sciacallo sfoderò gli artigli e si lanciò a fauci spalancate su Bran Llyr… La sua zampata arrivò potente e precisa, e avrebbe sicuramente sfigurato il volto del paladino se questi, sollevando una pioggia di cenere e scintille infuocate, non l’avesse parata con lo spadone: la creatura mezzo donna e mezzo sciacallo guaì al tocco dell’arma benedetta ritraendosi di qualche passo ed iniziando a girare attorno a Bran, guardinga, in attesa del momento giusto per attaccare di nuovo.
Il biondo paladino, però, non abbassò per un solo istante la guardia ed anzi, con una veloce mossa, passò all’attacco riuscendo solo a sfiorare il nemico che, accucciatosi sulle quattro zampe, scattò di lato per lanciarsi in un sorprendente contrattacco: le sue zanne si serrarono contro il costato di Bran, bucando il cuoio indurito dell’armatura del giovane e piantandosi dolorosamente nella carne. Sentendosi le costole scricchiolare sotto la potenza del morso della bestia demoniaca, il paladino prese a picchiare il pomo della sua arma sulla testa del nemico finché questi, ora sanguinante nera linfa, fu costretto a mollare.
Il duello si protrasse in sostanziale equilibrio per più di mezz’ora: alle zampate della donna sciacallo, Bran rispondeva con precisi fendenti; ai suoi morsi con brutali affondi la maggior parte dei quali, vista la maggiore agilità del mostro, andavano a vuoto.
Solo un momento di cedimento del Bianco Paladino permise alla serva della Nera Gemella di prendere il sopravvento: la gamba d’appoggio di Bran, infatti, tardò qualche istante a scattare in avanti permettendo così alla donna sciacallo di anticiparlo nella mossa; passata sotto la guardia del paladino, le sue fauci addentarono la spalla del giovane mentre le mani artigliate si stringevano attorno ai suoi polsi per costringerlo a lasciar cadere lo spadone. Bran resistette, cercando di non badare al bruciante dolore causatogli dal morso e, stringendo i denti, lottò fino all’ultimo finendo per trovarsi a rotolare per terra, disarmato. Urlante per il dolore ed ansimante per la fatica, Bran strisciò fin sotto il lungo altare posto al centro di quello stanzone… Avendo sentito le pesanti zampe del mostro atterrare sopra la sua testa, sfoderò la spada lunga. Gli artigli della donna sciacallo riuscirono a penetrare la pietra di cui era fatto l’altare, facendo capolino a pochi centimetri di distanza dagli azzurri occhi del paladino il quale, cercando di rifiatare, strisciò all’indietro sotto l’altare che, seppur lungo, terminò in breve tempo.
Strappatosi di dosso il medaglione di Orus a forma di sole splendente, Bran lo strinse tra le mani in cerca di forza e conforto.
Il muso canino del nemico, con le sue appuntite fauci annerite e sbavanti, si aprì in un terribile ringhio a poca distanza dal viso sporco, sudato e sanguinante del paladino, per poi scattare inesorabilmente verso il collo del giovane che, con le lacrime agli occhi ed il cuore gravato dal peso di non aver saputo nemmeno vendicare la morte di tre innocenti, raccomandò la sua anima al Bianco Signore… Il filo dei suoi ultimi pensieri fu però bruscamente interrotto da una sensazione di calore e formicolio alle mani.
Destatosi dal torpore, proprio quando poteva sentire il calore dell’alito dell’orrida creatura sul suo collo, Bran tese la mani verso quelle fauci spalancate infilandoci dentro il medaglione ora splendente. Serrato il muso canino, il biondo paladino lo strinse con tutte le sue forze in una morsa d’acciaio.
Il mostro prese a dimenarsi in preda ad un’agonia mai provata: i suoi denti iniziarono a liquefarsi, colando in gocce incandescenti sulla sensibile lingua canina che, lentamente, iniziò a bruciare mentre il fuoco scendeva sempre più giù, dalla gola al petto fino allo stomaco.
Deciso a non mollare per nessuna ragione al mondo, Bran poté sentire l’acre odore di carne bruciata mentre vedeva nero fumo uscire a sbuffi dalle fauci del suo nemico che, menando zampate a destra ed a manca, cercava di scrollarselo di dosso.
Rischiando più di una volta di essere mortalmente trafitto da acuminati artigli lunghi come coltelli, Bran, con uno scatto di reni, bloccò le braccia della donna sciacallo montandoci sopra con le ginocchia.
         <<Devi soffrire almeno quanto hanno sofferto Ed, sua moglie e l’innocente Sandra!>> gli gridò, versando ancora lacrime di rabbia. <<Mandalo giù!>> esclamò riferendosi al medaglione! <<Lasci che bruci il tuo immondo ventre, schifosa creatura!>>
E così fu: non potendone fare a meno, la donna sciacallo fu costretta ad inghiottire l’amuleto di Orus che iniziò a liquefarle i tessuti interni… Smettendo anche di menare zampate, il mostro si rannicchiò, circondandosi l’addome con le braccia.
Solo a quel punto, Bran si rialzò in piedi, guadagnando una distanza di sicurezza dalla creatura agonizzante che, qualche istante dopo, fu sconquassata da un’esplosione che la lasciò per terra boccheggiante, con le budella fumanti riversate sul pavimento ma ben cosciente di ciò che le stava succedendo.
Raccolto lo spadone, il biondo paladino le si avvicinò, piantandogli in volto uno sguardo tra il glaciale ed il compassionevole: ciò che infatti Bran provava in quel preciso istante era un misto tra odio profondo per quella malvagia creatura che, con inaudita crudeltà, aveva portato al martirio un’intera famiglia e compassione per una creatura che stava patendo una pena di un dolore indicibile.
         <<La doppiezza della realtà>> pensò, mentre sotto i suoi occhi la donna sciacallo era in preda a convulsi spasmi. <<Condannati siamo noi uomini a dover sempre scegliere tra vie che non sono mai totalmente giuste né totalmente sbagliate, errando in ogni caso. Chi può dire dove stia la verità? Nella lama del mio rilucente spadone o sulla punta dei suoi neri canini? Nella sofferenza di Ed, sua moglie e Sandra o nel dolore di questa disgraziata creatura? Probabilmente in tutte queste cose, o in nessuna…>> pensò, mentre alzava al di sopra della testa la sua arma.
         <<Che sia giusto porre fine alla sua esistenza e con essa al suo dolore, o piuttosto lasciarla agonizzare per espiare le sue colpe? Solo poco tempo fa tendevo per la prima risposta… Ma come ignorare il martirio di tre innocenti? Come nascondere che l’agonia di questo mostro possa rappresentare la sua giusta punizione?>> si chiese, vacillando.
Dopo aver abbassato l’arma, Bran girò le spalle a quell’orrido spettacolo di budella fuoriuscenti e nero sangue colante, di urla disumane e contrazioni spasmodiche. Mosse alcuni passi verso i suoi compagni che si trovavano a terra, privi di coscienza, o forse morti, non avrebbe saputo dirlo con sicurezza.
         <<Le loro sofferenze, la loro fatica e la loro angoscia… È giusto che quel mostro soffra anche per loro?>> si chiese, girandosi ancora una volta verso la creatura morente.
         <<Chi sono io per poterlo decidere?>> si rispose poi, con un’altra domanda. <<Altro non possiamo fare, noi mortali, che affidarci alle parole di Dio>> disse poi a voce alta stringendo le mani attorno all’impugnatura dello spadone. <<E credere di essere nel giusto, per quanto possibile, se non altro per rendere il mondo un posto migliore>> concluse, calando la lama sulla testa della donna sciacallo, ponendo fine alla sua pena.
         <<Anche uccidendo?>> si chiese subito dopo, sbigottito. <<La doppiezza della realtà>> si rispose chiudendo il cerchio.

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Incapace di staccare lo sguardo da quel macabro spettacolo, Bran osservò gli occhi della donna sciacallo girare in tutte le direzioni, per alcuni terribili istanti, e spalancarsi per aver visto la lama calare e spiccarle la testa dal resto del corpo, prima di divenire opachi e finalmente senza vita. 
Dopo aver recuperato il medaglione, la cui luce splendente andava ora affievolendosi, Bran rinfoderò lo spadone per avviarsi, zoppicante, verso i suoi compagni che, poco più in là, giacevano immobili tra i resti scomposti degli zombi e degli scheletri.
Nemrak, con le argentee vesti insanguinate ed appiccicate al corpo formoso, stava sdraiata sulla pancia con la testa anch’essa insanguinata abbandonata di lato, immobile. Il giovane paladino dovette vincere quell’opprimente senso d’angoscia che lo fece esitare a tastarle il polso: se quella Pia Chierica fosse morta, sentì in cuor suo, sarebbe voluto morire anche lui… Fortunatamente, Orus volle che il cuore di quell’affascinante fanciulla non avesse smesso di battere. Inginocchiatosi a fatica, per girare il corpo della chierica, il biondo paladino raccolse le sue ultime forze magiche nel palmo delle mani che, poste sul petto di lei, le insuflarono linfa vitale.
Svegliandosi come da un incubo, con la testa pesante ed ogni singolo muscolo dolente, la prima cosa che Nemrak vide fu il bel volto del giovane paladino incorniciato da una cascata di biondi capelli leggermente mossi: il suo cuore ebbe un tuffo.
         <<Riesci a reggerti in piedi?>> le chiese Bran Llyr, con voce sussurrata.
         <<Non ne sono certa>> rispose lei, puntando le mani sul pavimento e cercando di alzarsi. 
         <<Tieni questa>> le disse lui, estraendo dalla sacca appesa alla sua cintura una fialetta verde. <<Bevi.>>
Senza farselo ripetere due volte, la chierica dai lunghi capelli corvini trangugiò d’un fiato la pozione che ebbe l’effetto di restituirgli un pò di vigore.
         <<Lascia che sia io ad occuparmi degli altri due>> le ordinò Bran, costringendola a rimanere seduta dov’era.
Lanciato l’incantesimo di guarigione anche su Rurik e Nin, esaurendo così qualsiasi forza magica, Bran si guardò in torno in cerca di una via d’uscita che non li costringesse a fare a ritroso tutto il percorso fino alla superficie di Ororia.
Girando lo sguardo verso il fondo dello stanzone, il biondo paladino scorse, dietro all’altare di pietra ora semidistrutto, una bassa e grossa colonna avviluppata di una fumosa nebbiolina grigia.
         <<Guardate là>> disse ai suoi compagni, indicando con il dito.
         <<Una colonna di pietra?>> chiese Rurik non capendo come questa avrebbe potuto essergli di qualche interesse o aiuto.
         <<Una stele>> gli rispose la chierica.
Quando, avvicinatisi, poterono scorgere le dorate rune ivi incise, lessero le seguenti parole:

“Quando del Portatore il sogno con la realtà si fonderà
dinnanzi alla Dea Sciacallo il Sole Splendente eclisserà.
Allorquando la Nera Gemella ed il Bianco Signore si abbracceranno
dell’Apocalisse gli infernali Cavalieri, su tutto, imperverseranno.”

Ripetendosi la profezia un paio di volte, apprendendola a memoria, Bran passò una mano su quella liscia superficie di marmo dipanando la maglia di nera energia che l’avviluppava.
Senza nemmeno lasciargli il tempo di riflettere sull’oscuro significato della profezia, la colonna prese a tremare, sgretolandosi come un castello di sabbia: dall’alto iniziarono a piovere schegge di marmo di dimensioni sempre più grandi, costringendo i quattro avventurieri ad indietreggiare di qualche passo.
Quando, alcuni minuti dopo, della colonna rimase solo un mozzo, nell’aria si disegnarono i contorni di una scintillante porta dorata che, ben presto, si riempì di fluido magico.
         <<Un altro portale>> brontolò il nano, memore della precedente esperienza tutt’altro che piacevole.
         <<Preferisci fare a ritroso tutta la strada fino in superficie?>> gli chiese Nin, sarcastico.
         <<Forse preferisco usare questo portale>> gli rispose Rurik, quasi rabbrividendo al ricordo ancora vivido delle terribili Sfingi. <<Prima tu>> aggiunse rivolgendosi al mezzelfo il quale, di corsa, si lanciò dentro quella luce liquida e densa; toccò poi a Bran e Nemrak ed infine al nano, suo malgrado.
Il viaggio attraverso quel portale non fu migliore dell’altro, ma nemmeno più lungo, infatti, in un battibaleno i quattro si ritrovarono nella lugubre cucina di quella casa maledetta.
         <<Aspettate un istante>> fece Bran Llyr agli altri tre, quanto mai ansiosi di lasciare quel luogo. <<Fatemi il favore di trovare qualcos’altro da bruciare che non siano questi teli>> gli ordinò strappando le tende dalle finestre. <<Tu vieni con me>> disse poi a Rurik.
Così dicendo, il giovane paladino si diresse verso la stanza del rituale sacrificale, dove il puzzo di marcio e di decomposizione era forte più che mai: i viscidi resti del verme gigante, infatti, giacevano sparsi su tutto il pavimento, rendendolo assai scivoloso.
Avvolti i corpi martoriati di Ed, di sua moglie e della piccola Sandra, Bran li portò di là con l’aiuto del nano.
         <<Ora possiamo andare>> sussurrò, cinereo in volto. <<Appiccate il fuoco non appena saremo usciti da qui>> ordinò infine.

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Ad attenderli fuori della casa, allertati dalla colonna di fumo che dalla stessa si innalzava, stava Thoris, Maestro della Gilda, a capo di un gruppetto di cinque paladini.
Vedendo in che condizioni a dir poco disperate si trovassero gli avventurieri, i paladini tutti accorsero ad aiutarli nel trasportare le salme insanguinate.
         <<Mio caro Bran!>> esclamò Thoris, andandogli incontro a braccia aperte.
         <<Mi scuserà, Maestro, se non le racconto ora ogni cosa>> gli rispose il biondo paladino dopo averlo abbracciato a sua volta. <<Ma non sono dell’umore giusto né nella forma migliore>> si giustificò.

         <<Nemmeno una parola>> acconsentì l’uomo dai lunghi capelli castani, così come gli occhi. <<Pensa solo a mettere un piede davanti all’altro fino al Tempio>> lo rassicurò aiutandolo a reggersi in piedi. <<Quando saremo arrivati, prenditi tutto il riposo di cui hai bisogno. Al resto penseremo in un secondo momento, tutti assieme>> gli confermò. <<Sappi solo che sono felice di rivederti tutto d’un pezzo… E che sono molto fiero di te!>> si congratulò con gli occhi pieni di lacrime di gioia. 

The End? Tutto sembra finito, ma invece è solo l'inizio! Ci sono forze in movimento, forze oscure che hanno messo in moto ciò che è successo ad Ororia... Come un sasso al sommo ella montagna, questi eventi ora narrati daranno vita ad una valanga di altri eventi che, se ne avete il piacere, sarà mio piacere narrarvi. Il romanzo non finisce con questo capitolo, tenetevi forte perché molto deve ancora essere raccontato.

Come di consueto, godetevi tre brani e grazie al loro ascolto lasciatevi trasportare nel mondo di Gaia, nel mondo di Bran Llyr:
Dragonforce: "Through the fire and flames"

Sonata Arctica: Victoria's secret

Avantasia: "The story ain't over"

Zaffo