mercoledì 18 gennaio 2017

Bran il paladino: attacco al Tempio - Cap- 4: Sia fatto il suo volere.

Tempo di lettura: 15 min

Il male ha mosso per primo la pedina sulla scacchiera di Ororia: come ultimo e atroce atto, la serva di Hanubi, la Grande Nemica, ha sacrificato un'intera famiglia sull'altare della malvagia divinità; madre, padre e figlioletta sono stati brutalmente macellati sotto gli occhi di Bran.
Orus, cui il giovane paladino ha votato la sua vita, è divinità benefica, di luce, di vita e di bontà ma i Paladini sono pur sempre sacerdoti guerrieri... Il male dovrà essere punito, estirpato ed epurato: il braccio che dovrà brandire la spada che dovrà essere bagnata del sangue immondo è quello di Bran. 
A lui e solo a lui Orus ha affidato l'esecuzione della sua giusta ed iraconda punizione. 

4 – SIA FATTO IL SUO VOLERE

Le grida del giovane paladino attirarono l’attenzione dei due chierici che, presosi cura del suo corpo ferito, avevano il compito di vegliare sulla sua guarigione.
I due uomini di fede entrarono nella stanza tutti trafelati, ancora sconvolti dallo spavento. Li, trovarono Bran, a sedere sul letto, che stringeva il medaglione di Orus talmente forte da far sanguinare la mano destra.
         <<Abbiamo sentito un urlo, state bene?>> gli chiese il più anziano tra i due guaritori.
         <<No, non sto per niente bene!>> urlò ancora Bran, incollerito, mentre sul suo volto andava disegnandosi un’espressione di ferrea determinazione.
         <<Dove vi duole?>>
         <<Non è il mio corpo a soffrire bensì la mia anima>> gli rispose il giovane levandosi le coperte di dosso.
         <<Non potete alzarvi!>> lo redarguì l’altro chierico facendo per rimetterlo a letto. <<Le vostre ferite non sono ancora del tutto rimarginate ed il vostro corpo potrebbe non aver smaltito del tutto il veleno inoculatovi>> gli spiegò con apprensione.
         <<Non me ne preoccupo affato>> fu la secca risposta del paladino che, in quel momento, non desiderava altro che vendicare il massacro di quella povera famiglia. <<Orus mi ha assegnato un compito al quale non posso sottrarmi. Niente e nessuno mi impedirà di far piovere sulla testa dei malvagi la giustizia del Bianco Signore!>> ringhiò furibondo.    <<Ed ora lasciate questa stanza…>>
         <<Ci è stato ordinato di…>>
         <<L’importanza di qualsiasi cosa vi sia stata ordinata impallidisce dinnanzi alla grandezza del dovere che Orus stesso ha posto sulle mie spalle!>> sbraitò di mala grazia. <<Lasciatemi solo!>> ordinò poi il giovane paladino.
Ripensando a quel frangente, Bran dovette riconoscere di aver esagerato ma le persone più buone, quelle che non si arrabbiano mai, o quasi, possono essere molto cattive o perfino crudeli quando gli capiti… Bran era a dir poco infuriato quel giorno.
I due chierici, offesi ed indignati, lasciarono la camera facendo sbattere la porta alle loro spalle.
Non appena i due se ne furono andati Bran prese a vestirsi ed armarsi. Lo fece con una lentezza ed una ritualità quasi sacra, tanto era risoluto. Completata la vestizione, il paladino si inginocchiò dinnanzi al suo letto ma, prima che potesse congiungere le mani per mettersi a pregare, la sua porta si aprì violentemente e Damien e Thoris fecero il loro ingresso, collerici in volto.
            <<Cosa ti è passato per la testa a trattare in quel modo chi ti ha resa salva la vita?>> esplose Damien ponendosi dinnanzi al giovane paladino con fare minaccioso.

         <<Ho solo seguito il volere di Orus>> gli rispose Bran, ora calmo ma ugualmente determinato.

Nemmeno il GranMaestro avrebbe potuto impedirgli di tornare in quella casa e compiere il suo dovere.
         <<Ho forti dubbi nel credere che Orus voglia che tu offenda due dei suoi chierici!>> gli gridò contro Thoris.
         <<Ma non vi sono dubbi che il Bianco Signore pretende che il massacro perpetrato stanotte da una maledetta adepta della Nera Gemella sia punito immediatamente>> ringhiò Bran, stringendo i denti per contenere la rabbia montante nel suo cuore.
         <<Di che cosa stai parlando?>> gli chiese Damien incredulo.
         <<Stanotte ho avuto una divinazione. Orus, in un sogno orrendo che non ho cuore di raccontarvi, mi ha reso testimone delle sevizie e dell’uccisione di una famiglia di onesti abitanti della nostra città>> gli spiegò mentre i suoi lineamenti divennero duri come la roccia.
         <<Ancora non riesco a capire>> lo incalzò Damien, sempre più convinto di trovarsi immischiato in una brutta faccenda.
         <<Chiamate un chierico, ve ne prego, non voglio dover raccontare quanto Ed, sua moglie e sua figlia abbiano dovuto sopportare nel nome di Orus>> gli rispose il giovane paladino cercando di riconquistare il controllo di se stesso. <<Vogliate vederlo con i vostri stessi occhi>> concluse.
Di corsa, Thoris si precipitò a chiamare il più anziano tra i chierici che avevano il compito di vegliare su Bran.
         <<Porgo le mie più sentite scuse a lei e all’altro Pio Chierico. Vi sono anzi debitore della vita>> si scusò il biondo paladino non appena il sacerdote fece il suo ingresso lanciandogli un’occhiataccia di traverso. <<Ora potrete capire il perché del mio comportamento>> aggiunse sedendosi sul letto, dando le spalle ai tre.
         <<Pio Clorus>> lo pregò Damien <<vogliate leggere nel pensiero del giovane Bran e renderci partecipi della visone.>>
         <<Come desiderate, Bianco Damien>> acconsentì l’uomo di fede. <<Appoggiate la vostre mani sulle mie spalle>> disse rivolgendosi anche a Thoris.
I due paladini obbedirono.
Le invocazioni divine di Clorus si levarono nella stanza in un sussurro mentre, con mosse lente e misurate, il chierico poneva le mani sulla testa di Bran: alcuni istanti dopo, nella mente dei tre osservatori, le sanguinarie immagini di quella tragedia presero forma strappandogli lamenti e lacrime, straziandogli il cuore e placandone l’ira verso il giovane paladino.
Prima che il rituale eseguito dal mostro dalla testa canina avesse termine, il chierico staccò le mani dal capo di Bran, affranto.
         <<Ora capisco le tue motivazioni, giovane paladino>> lo scusò l’anziano guaritore <<e comprendo quale importante missione ti abbia affidato Nostro Signore. Il tuo comportamento era pienamente giustificato e le tue scuse accettate, anzi, mi scuso io stesso per aver mostrato arroganza nei tuoi confronti; anche a nome di Gavio.>>
Damien e Thoris, invece, stettero in silenzio alcuni terribili attimi in cui i loro cuori sembrarono fermarsi.
         <<Non possiamo permetterglielo>> sussurrò poi Thoris.
         <<Forse non dovremmo…>> gli fece eco Damien.
         <<Con o senza il vostro permesso, Maestri, io compirò il volere di Orus!>> fu la rabbiosa risposta di Bran.
         <<Faremo il gioco della Nera Gemella>> aggiunse il Maestro della Gilda portandosi le mani al petto, sentendo come un senso di opprimente angoscia.
         <<Ma se tale è il volere di Orus abbiamo noi il potere di opporci?>> replicò il GranMaestro, rivolgendo una gelida occhiata al giovane paladino che già stringeva in pugno il manico dello spadone. <<A lui, solo a lui era indirizzata la divinazione e sulle sue spalle grava tale peso, caro Thoris>> disse poggiandogli una mano sulla spalla. <<Hai il mio permesso e la mia benedizione, giovane Bran>> aggiunse rivolgendogli nuovamente lo sguardo, uno sguardo penetrante, pieno di speranza ma anche di paura.
         <<La ringrazio, GranMaestro>> disse Bran inchinandosi profondamente.
         <<Non possiamo lasciarlo andare da solo nella tana del nemico!>> protestò Thoris.
         <<No, hai ragione, amico>>confermò Damien. <<Non andrà solo>> disse.
Il volto di Thoris si illuminò.
         <<Ma non sarai tu ad accompagnarlo, né io>> aggiunse il GranMaestro come leggendogli nel pensiero. <<Orus ha voluto fare affidamento sul paladino che riteneva, per qualche motivo, più adatto allo scopo e noi non siamo nessuno per contraddire il giudizio del Nostro Signore>> gli spiegò. <<Abbi la pazienza di attendere il calare del sole, giovane Bran>> lo pregò Damien <<e ti troverò dei validi alleati>> gli promise.
         <<La Torre del Conclave risponderà alla vostra chiamata, Bianco Damien>> assicurò l’anziano guaritore.
         <<Bene, bene>> asserì il GranMaestro.
         <<Al calar del sole mi farò trovare presso la cappella del Tempio>> concluse Bran lasciando la propria stanza per dirigersi proprio alla cappella dove, per quelle ore, avrebbe pregato Orus, suo Dio, per rinvigorirsi nello spirito.
Prima di uscire dalla stanza, però, frugò nelle sue borse trovando con la mano un pezzo di pane, la carota e la mela rossa per porgere il tutto a Damien.
         <<Ecco i mezzi di diffusione di questa nuova e strana epidemia>> disse lasciandoli senza parole. <<La famiglia Malstorm aveva messo in piedi una finta opera di carità e distribuiva alimenti avvelenati alla povera gente…>> spiegò senza lasciarli ribattere. <<Provate a lanciarvi una magia per individuare un avvelenamento o un incantamento equivalente e avrete tutte le risposte alle vostre nuove domande>> concluse chiudendosi la porta alle spalle.
         <<Ora capisco perché lo volessero morto>> disse Thoris passandosi la mano tra i capelli castani.
         <<Solo ora mi rendo conto in pieno del suo grande potenziale>> gli fece eco Damien. <<Orus, nei tempi difficili, ci manda sempre l’aiuto di cui abbiamo bisogno e penso che il giovane Bran sia il dono della provvidenza.>>
         <<Se è come dici, amico, e non ho motivo per dubitarne, dovremo averne cura>> gli rispose Thoris.
         <<Proprio per questo è meglio metterci tutti e tre al lavoro>> fece il GranMaestro della Gilda dei Paladini di Ororia, rivolgendosi anche all’anziano chierico. <<Dovremo trovargli dei buoni alleati, persone capaci e fidate>> aggiunse grattandosi la rada barba, più per conciliare la riflessione che per necessità. <<La pregherei di recarsi subito presso la Torre del Conclave, Pio Clorus. Avremo sicuramente bisogno dell’aiuto di uno tra i più promettenti dei vostri.>>
         <<Con vero piacere, Bianco Damien>> asserì l’altro avviandosi verso il lungo corridoio che portava all’uscita del Tempio.
         <<Forza, abbiamo poco tempo Thoris>> lo spronò il GranMaestro.
         <<Si, certamente>> fece l’altro paladino. <<Ho già dei nomi in testa.>>

Al calare del sole, Bran si fece trovare nel luogo stabilito. Dovette attendere poco perché di lì a qualche minuto Damien e Thoris fecero il loro ingresso nella cappella del Tempio di Ororia.
         <<Seguici Bran>> lo invitò Thoris, suo Maestro.
Bran seguì i due Maestri al di fuori del Tempio, laddove altre tre persone stavano aspettando.
         <<Salve a tutti voi>> salutò Bran, con gentilezza. Gli altri ricambiarono.
         <<Lascia che ti presenti i tuoi compagni>> gli fece Damien senza tante cerimonie.
<<Nin sarà il tuo esploratore e la tua chiave d’accesso ad eventuali ingressi chiusi o segreti>> iniziò il GranMaestro indicandogli un Mezzelfo, poco più basso di lui. <<Se saprà rendersi utile in questa missione otterrà la cancellazione della pena per i suoi furti in città>> continuò prevenendo la domanda che Bran avrebbe voluto porgli sull’affidabilità del ladro, i cui occhi guizzanti la dicevano lunga sulla sua spigliatezza e furbizia.
Il Mezzelfo, poté vedere Bran, indossava dei classici abiti da ladro, neri ed attillati e con una miriade di tasche. Il suo volto pallido, retaggio della sua genia elfica, era seminascosto dai lunghi capelli neri dai quali sporgeva un sottile naso aquilino. Sotto la fronte sfuggente si aprivano due occhi neri e profondi, leggermente obliqui e molto vivaci, pieni di intelligenza.
         <<Costui, invece, saprà farsi valere in mischia>> continuò appoggiando la mano sulla spalla di un tozzo Nano dalla burbera faccia contornata di una lunga barba raccolta in due trecce.
         <<Il mio nome è Rurik, Bianco Bran>> si presentò il guerriero in pesante armatura completa, impugnando una possente ascia da guerra nanica.
         <<E’ la migliore tra le guardie del corpo che prestano servizio ad Ororia e siamo stati costretti a riscattarlo per il triplo del suo compenso dal nobile presso il quale lavorava. Non abbiamo potuto assoldare una Guardia Cittadina, per il momento è meglio che rimanga tutto all’interno del nostro Ordine>> gli spiegò Damien, ancora una volta sembrando leggergli nel pensiero. <<Del resto sono sicuro che Rurik sia un guerriero più potente di molte tra le nostre Guardie Cittadine.>>
         <<Poco ma sicuro!>> esclamò il nano sentendosi quasi offeso nell’essere paragonato, quanto a forza e possanza, ad un Umano. <<Vedi questa?>> fece rivolgendosi a Bran, mostrandogli la lunga cicatrice che dalla guancia destra scendeva sul collo per continuare sotto l’armatura <<Me la sono procurata combattendo contro un drago… Che Thor lo maledica! E credimi quando ti assicuro che quel bastardo l’ha pagata cara!>> concluse, perdendosi nei suoi gloriosi ricordi.
Infine, mio giovane Bran, ho l’onore di presentarti  Nemrak, la più promettente tra i Chierici di Orus presso la Torre del Conclave.
         <<E’ un vero onore fare la sua conoscenza>> la salutò Bran inchinandosi dinnanzi a cotanta bellezza.
         <<Il Sommo Petrus ci ha assicurato che la sua potenza è seconda solo alla sua tra i chierici della Torre>> continuò Damien.
         <<Penso che il Sommo Petrus abbia troppe aspettative nei miei confronti>> esordì la giovane donna, all’incirca della stessa età di Bran. <<Mi considero una buona sacerdotessa ma non oserei mai paragonarmi al mio Maestro; molto ho ancora da imparare>> concluse.
         <<Noto con piacere che la modestia è una qualità che non le manca>> osservò il giovane paladino dagli occhi cerulei.
         <<In ogni caso>> gli rispose lei <<spero che i miei poteri si dimostrino d’aiuto nel punire la malvagità che in quella casa risiede.>>
I magnifici occhi azzurro verdi della chierica contrastavano con il colore dei suoi lunghi capelli corvini che, fluenti, gli ricadevano lucenti sulle spalle coperte dall’argentea tunica propria dei Chierici di Orus. Sotto quella leggera tunica di un tessuto a tratti semitrasparente, Bran poté indovinare le sue piacevoli forme di florida donna nel fiore della giovinezza.
La dolcezza di quel suo lato tutto femminile, però, contrastava con il suo volto deciso ed il suo sguardo glaciale, uno sguardo che avrebbe potuto intimorire il più coraggioso ed incosciente dei barbari ma che, scommise Bran tra sé e sé provando uno strano brivido a lui sconosciuto, avrebbe potuto sciogliere il più gelido dei cuori.
Il gruppo guidato da Bran si incamminò verso la casa della famiglia Malstorm: il sole stava per tramontare dietro i sette colli che coronavano Ororia, spandendo i suoi ultimi raggi morenti che coloravano il cielo di un arancione sbiadito.
Bran, a quella vista, provò un dolce senso di malinconia mentre la determinazione montava prepotente in lui. Quel miscuglio di emozioni portò la sua mente ad interrogarsi sui più profondi misteri della vita e dell’esistenza dell’uomo, sul senso della contrapposizione tra bene e male e sulla grandezza delle forze che guidano il destino dei mortali. Al giovane paladino piaceva perdersi nei meandri delle sue riflessioni, lo aiutava a rilassarsi e così facendo la sua mente si librava, libera dalle ancore del mondo terreno, al di sopra della pochezza della materia.
Il volo pindarico lo riportò indietro di quasi una decina d’anni, al giorno in cui, appena diciottenne, fu fatto paladino.
In quel soleggiato pomeriggio d’estate il Tempio, dinnanzi ai suoi occhi, brillava di un perlaceo bianco quasi accecante. Poiché dei suoi genitori non si era mai saputo niente, al suo fianco si trovava ora Thoris già suo Maestro. La mano del paladino dai profondi occhi nocciola, appoggiata paternamente sulla sua spalla, lo aiutava a rimanere presente a se stesso, a restare calmo e lucido poiché, l’emozione per quello che sarebbe stato uno dei momenti più importanti della sua vita, se non il più importante, era davvero tanta.
Ad aspettarlo, appena dentro la cappella del Tempio, vi era Damien, il GranMaestro della Gilda che, fino ad allora, aveva solamente intravisto durante il suo addestramento: l’armatura del più saggio e virtuoso tra i paladini di Ororia riluceva della divina potenza di Orus, ed il suo portamento fiero ed autoritario incuteva nel giovane un giusto timore reverenziale.
Decine e decine di persone riempivano i banchi della cappella poiché, ad Ororia, la nomina di un nuovo Paladino era vissuta come una grande benedizione di cui tutti erano estremamente grati.
In piedi, ai lati dell’altare, stavano anche tre Chierici in veste di testimoni.
Bran fu condotto all’altare nel silenzio più assoluto, doveroso in una cerimonia tanto importante: ipnotico, solo il rumore dei passi sul bianco pavimento di marmo ancorava il giovane Bran Llyr alla realtà.
Il Bianco Damien, dall’incolta barba allora completamente tinta, lo fece inginocchiare dinnanzi all’imponente statua di Orus, la potente divinità alla quale Bran si sarebbe votato.
            <<Ascolta, o Bianco Signore, rivolgo a te le mie preghiere e degnati di benedire con la destra mano della Tua maestà questo spadone, del quale questo tuo servo desidera essere cinto. Che possa essere una difesa dei templi, delle vedove, degli orfani e di tutti i Tuoi servi contro il flagello dei miscredenti. Che possa essere il terrore e il castigo di ogni altro malvagio e che possa essere strumento di giustizia sia nell’attacco sia nella difesa.>> Quelle parole, che da più giorni Bran continuava a ripetersi per paura di non ricordarle al momento opportuno, gli uscirono dalla bocca accompagnate da una lacrima di gioia: finalmente, il sogno della sua vita stava per realizzarsi. Avrebbe reso il mondo un posto migliore, un posto in cui ingiustizie, prevaricazioni e disonestà sarebbero scomparse, pensò.
Con l’animo in pace e la mente sgombra da ogni tensione, il giovane paladino dagli occhi cerulei si apprestò alla porta verniciata sulla quale, ancora, era appeso il solito cartello: “Casa Malstorm. Opere di carità”.
Oltre al suo spadone, si disse sorridendo, avrebbe messo al servizio di Orus anche la sua stessa vita.
Quando Rurik, il Nano guerriero, vide Bran indugiare sull’uscio fece per scansarlo ed entrare per primo. Il giovane paladino lo fermò.
         <<Aspetta>> gli disse. <<Voglio lanciare un incantesimo per capire cosa ci aspetterà una volta entrati.>>
         <<Come vuoi>> gli rispose. <<Certo per me non fa alcuna differenza. Qualsiasi cosa si trovi qui dentro dovrà fare i conti con il filo della mia ascia>> aggiunse.
Concentratosi, Bran poté sentire che l’intera area della casa era stata maledetta: lì il male, ora, dominava incontrastato. Dinnanzi ai suoi occhi ogni cosa brillava di una intensa luce fluorescente, segno che tutto era intriso di una forte essenza malvagia.
         <<La sento anch’io>> gli confermò Nemrak, la chierica, facendosi avanti. <<Voglio lanciare una divinazione>> fece estraendo da una tasca dei dadi sui quali erano incise alcune rune.
         <<Mi sembra un’ottima idea>> acconsentì Bran.
Nemrak, inginocchiatasi sull’uscio della porta di casa Malstorm, dopo aver salmodiato un’invocazione ad Orus lanciò per terra i dadi divinatori.
         <<Corpi senz’anima e della Nera Gemella il servitore; zanne crudeli e trabocchetti in ogni dove. Laddove il destino sarà compiuto, trovato sarà il tomo fin’ora sconosciuto>> recitò in trance, riavendosi subito dopo.
         <<Avremo a che fare con i non morti>> dedusse Bran, facendosi coraggio.
         <<Ma se interpreto bene la profezia, almeno uno di noi riuscirà a vedersela con l’emissario della Gemella Oscura…>> aggiunse la giovane chierica raccogliendo i dadi runici.
         <<Hanubi… E un segreto perduto…>> gli fece eco Bran. <<L’orrida creatura ha un corpo di donna e la testa da sciacallo. Dotata di una forza incredibile può contare su delle impressionanti fauci capaci di spezzare le ossa di un uomo con una facilità impressionante>> spiegò poi agli altri.
         <<Dovremo stare attenti anche alle capacità magiche che, sicuramente, Hanubi gli avrà concesso>> aggiunse Nemrak.
         <<Beh, poche chiacchiere!>> esclamò Rurik impaziente. <<Andiamo là dentro e facciamo il nostro dovere!>>
         <<Hai ragione>> gli concesse Bran, entrando per primo nella casa.
Al suo fianco si trovava il Nano, dietro venivano Nemrak e poi Nin, il Mezzelfo ladro.
         <<Fermi!>> gridò proprio quest’ultimo in direzione dei due in testa, scattando in avanti con una mossa felina.
         <<Che c’e?>> gli chiese il Nano, indispettito.
Il ladro non lo degnò di alcuna risposta e, messosi a frugare nelle tasche, ne estrasse alcuni strani attrezzi con i quali, con lenta cautela, fece il suo lavoro. Dopo aver finito, alcuni minuti più tardi, sollevò uno strano ed ingarbugliato meccanismo.
         <<Vedi, Nano>> lo apostrofò <<se ci avessi messo il piede in cima una bella fiammata ti avrebbe fuso in un sol tutto con la tua armatura, e dubito che ti sarebbe piaciuto>> gli spiegò ghignando.
         <<Beh, ora posso passare?>> gli fece Rurik, ferito nell’orgoglio ma riluttante a darlo a vedere.
         <<Forse è meglio che davanti stiamo io e Nin>> gli disse Bran. <<Mi sentirei più tranquillo sapendo lei>> fece indicando la chierica <<guardata a vista da uno un pò più robusto di lui>> disse indicando il Mezzelfo, indorandogli la pillola.
         <<Beh, se è per questo, allora non posso che essere d’accordo>> asserì Rurik gonfiando il petto.
Entrando, Bran notò che l’ambiente era molto più lugubre di quanto lo ricordasse: la disposizione delle stanze era la stessa solo che ora appena un paio di candele illuminavano tutto l’ambiente, colmandolo di pozze buie tra le quali si agitavano foschi riflessi d’ombra. Le ragnatele, inoltre, avevano invaso gli scaffali ricolmi di alimenti ammuffiti ed andati a male; il puzzo di marcio permeava ogni angolo.
Estratto lo spadone, Bran si aggirò circospetto per la cucina tenendo l’arma dinnanzi a sé. Avvicinatosi al tavolo, poté vedere come il legno del mobilio, tarlato e cadente, fosse ricoperto di muffa e di bianchi vermi striscianti: tutto ciò che era stato prima, altro non era che un’illusione.
Appurato che non vi fossero pericoli né nemici in quella stanza, il biondo paladino dovette trovare il coraggio di dirigersi verso la camera nella quale era stato consumato il sacrificio di Ed e della sua famiglia.
         <<Nin, controlla questa porta>> fece Bran indicandogliela.
Il Mezzelfo, senza discutere, si mise a studiarla con occhio esperto.
         <<Niente, non ci sono trappole meccaniche né magiche>> gli sussurrò. <<E sembra non esserci nessuno dall’altra parte>> aggiunse dopo aver accostato l’acuto orecchio a punta.
Il giovane paladino, allora, fu pronto per aprire: la prima cosa che lo investì fu un orrendo olezzo che, per qualche istante, gli fece girare la testa. Aspettando alcuni momenti per avanzare, Bran cercò di abituarsi al putrido odore di morte che in quella camera aleggiava; intanto frugò la stanza con lo sguardo: il pentacolo formato dalle cinque candele di cera nera era ancora là, solo che le candele erano ormai consumate. Nel mezzo del pentacolo stavano i corpi dilaniati di Ed, sua moglie e la piccola Sandra.
Come rapito da quella visione sconvolgente, Bran rinfoderò l’arma e corse verso i corpi squarciati. Nello stesso istante, però, il paladino sentì qualcosa muoversi attorno ai suoi piedi; dall’altra parte dell’altare di pietra si erse un purulento verme gigante che, se non fosse stato per la prontezza di riflessi e la precisione di tiro del ladro, lo avrebbe colto di sorpresa: Nin, accortosi del pericolo incombente, infatti, incoccò due frecce nello stesso momento e, con una maestria fuori del comune, le scagliò contro il verme perforandogli il molle ventre.
Il mostro si ritrasse, urlante, quei pochi secondi che bastarono a Bran per sfoderare lo spadone e calarlo d’istinto sul mostro. La lama del paladino tranciò in due quella schifosa creatura la quale, secernendo un nauseabondo liquido giallastro, morì contorcendosi fino all’ultimo spasmo.
Solo quando il suo sguardo andò ai suoi piedi, Bran vide che il pavimento era disseminato di piccole uova bianche e mollicce, le larve di quel verme purulento.
L’attenzione del paladino, poi, tornò sui tre corpi sgraziatamente adagiati sulla fredda pietra dinnanzi a lui: le orbite vuote, la pelle bianca e floscia, e l’assenza delle budella sulle quali il mostro dalla testa canina aveva pasteggiato, fecero capire a Bran che i tre erano stati la cena di quel verme che ora andava svuotandosi poco più in là, rilasciando rivoli in piena di un’oleosa sostanza giallastra.
Resistendo tenacemente ai conati di vomito che l’assalivano, il biondo paladino riuscì a concentrarsi per lanciare una benedizione su quei cadaveri che la morte aveva reso tanto grotteschi.
         <<Una volta usciti da questa casa degli orrori, le appiccheremo il fuoco>> disse volgendosi verso il resto del gruppo che, conscio del suo dolore, se n’era stato rispettosamente a guardare in silenzio.
Trattenendo a stento lacrime di rabbia, il paladino si chiuse la porta alle spalle lasciando che i corpi di Ed, Sandra e sua madre riposassero finalmente in pace.
Senza che nessuno glielo chiedesse, stavolta, Nin si diresse verso l’altra porta che si apriva nella stanza principale della casa.
         <<Per fortuna ci sono qui io>> sussurrò compiaciuto, facendo vedere agli altri tre il filo tagliato che, dalla maniglia, passava sotto la porta. <<Chiunque avesse tentato di entrare in quella stanza senza prima far scattare la trappola>> aggiunse facendo tre passi indietro <<avrebbe dovuto continuare strisciando come una lumaca>> concluse strattonando il filo. Dall’altra parte della porta, per tutta risposta, si sentì un rumore di ingranaggi scattare e poi una bordata tremenda. La porta fu sbalzata dai cardini lasciando vedere il crudele marchingegno: una lama, grande e grossa, montata su ingranaggi a molla, sarebbe saettata verso le ginocchia dell’incauto avventore gambizzandolo senza tanti complimenti.
Riprendendo la testa del gruppo, e dopo aver ringraziato il Mezzelfo ancora una volta, Bran lo guidò giù per la scalinata che si inoltrava nel buio.

Carissimi e carissime, come al solito tre chicche musicali per accontentare anche l'orecchio oltre all'occhio 😈
Skillet - Awake and Alive; Metallica - Fight fire with fireHeimdall - Hard as Iron.

Zaffo