sabato 26 novembre 2016

Bran il Paladino: attacco al Tempio - Prologo: frammenti di vita quotidiana.

Tempo di lettura: 10 min


FRAMMENTI DI VITA QUOTIDIANA

Sulla città di Ororia, baluardo della fede in Orus del Sacro Regno in quei tempi governato dal monarca Julius di Kaesar, il sole splendeva ormai da diversi giorni, pur essendo pieno inverno.
Le strade del centro, lastricate e pulite, erano percorse da un gran numero di persone: Ororia, a quel tempo, contava più di centomila abitanti, tra cui contadini, artigiani di ogni arte, commercianti, guardie e uomini di fede. Ognuno di loro era grato ai Chierici ed ai Paladini che ivi dimoravano. Questi ultimi, in particolare, si prodigavano attivamente per mantenere l’ordine e la pace in città, aiutando le persone oneste che ne avessero avuto bisogno e punendo i malfattori.
Il Bianco Scranno di Damien, GranMaestro della Gilda dei Paladini di Ororia, si trovava all’interno del Tempio, al centro di una grande sala; una sala spoglia, arredata solo di una grande tavola rotonda al cui centro si trovava il trono stesso. Le pareti, spoglie anch’esse di qualsiasi ornamento che non fossero le staffe serventi a reggere le numerose torce sempre accese, a simboleggiare l’eternità della scintilla di Orus, erano dipinte di epici affreschi rappresentanti la venuta della divinità sul mondo.
I Chierici, invece, avevano la propria sede presso la Torre del Conclave, all’interno della quale si trovavano la Sala Consiliare, dove si riunivano Chierici e Paladini in caso di necessità e dove i primi esercitavano il loro ufficio di Giudici, e le Sale del Sanatorio ove a chiunque fosse malato o ferito erano prestate le necessarie cure.
Il Tempio e la Torre del Conclave, rispettivamente ad est e ad ovest, costituivano le porte d’accesso alla città di Ororia poiché, da queste costruzioni, partivano le mura che delimitavano il centro cittadino.
Al di fuori, man mano che ci si allontanava dal centro, le strade lastricate lasciavano il posto a larghi sentieri di terra battuta, curati e regolari, mentre fattorie e piccole abitazioni in legno si sostituivano alle più ampie costruzioni in pietra. La fertile campagna attorno si sviluppava su una serie di dolci colline; sette colli intitolati ognuno come le Sette Virtù: Fede, Verità, Valore, Temperanza, Forza, Determinazione e Coraggio.

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Bran Llyr era entrato a far parte della Gilda dei Paladini fin da giovane, distinguendosi per la profonda fede, l’umiltà e la forza d’animo. Thoris, suo Maestro, era solito elogiarlo dinnanzi agli altri per la sua umile forza d’animo, la più importante tra le qualità di un paladino di Orus, a suo dire.
Quel giorno d’inverno, il biondo paladino dagli occhi azzurri come il cielo d’estate si trovava in un piccolo villaggio accoccolato ai piedi di uno dei sette colli. Arrivato all’uscio della casa verso cui era diretto, Bran bussò con tocco delicato. Qualche istante dopo la porta si aprì cigolando.
         <<Sia benedetto Orus per la vostra visita, Bianco Paladino>> lo accolse una voce femminile, calda e riconoscente. <<Entrate in casa e siate il benvenuto, Bran Llyr>> continuò la donna dalle piene guance rubiconde, lisciandosi l’ampia gonna a pieghe.
         <<Si tratta ancora di vostro marito, donna Mari?>> chiese Bran togliendosi il pesante mantello di lana e porgendolo gentilmente alla padrona di casa.
         <<No, Pell sta bene, la sua gamba è completamente guarita ed è potuto tornare al lavoro, grazie al cielo.>>
         <<Bene, ne sono felice. Di cosa si tratta allora?>> le chiese il giovane accomodandosi sulla sedia di legno che gli era stata indicata.
         <<Si tratta di nostro figlio Tim>> rispose lei togliendo dal fuoco un pentolino fumante. <<Sono due giorni che la febbre alta non gli dà tregua>> gli spiegò mentre versava la tisana in due tazze di terracotta. <<Non riesce nemmeno ad alzarsi dal letto per prendere il cibo>> continuò servendo la bevanda dal piacevole odore balsamico, ed accomodandosi ella stessa.
         <<Ha tosse o altri sintomi?>> le chiese Bran passandosi una mano tra i lunghi capelli scompigliati dal gelido vento invernale.
         <<Conati di vomito, sì… E anche giramenti di testa quando tenta di alzarsi in piedi.>>
         <<Capisco>> le rispose pensieroso il giovane paladino, sorseggiando la tisana. <<Mi porti da lui, donna Mari.>>
         <<Subito, Bianco Bran>> acconsentì lei invitandolo a seguirla verso la stanza da letto di Tim, che si trovava al piano superiore.
         <<Tim, Tim>> lo chiamò dolcemente la donna, affrettandosi ad aprire le tende della finestra per far entrare la luce di quel bel sole invernale. <<Il Bianco Bran è qui per curarti>> gli disse poi scoprendolo.
Nel frattempo, il paladino si era accostato al letto del ragazzo: osservandolo, ne notò il mortale pallore della faccia e le nere occhiaie che la segnavano. Procedendo a spogliarlo, notò anche, sul suo petto, tre piccoli graffi rossi e leggermente gonfi.
         <<E questi?>> chiese alla donna, sospettoso.
         <<Mi ha detto di esserseli procurati giocando con gli altri ragazzini del paese, infilandosi di corsa in una siepe. Gli ho subito messo un impacco di centinodia per farli rimarginare… Ho per caso fatto qualcosa di sbagliato?>>
         <<No, donna Mari, tutt’altro>> le rispose Bran per tranquillizzarla, mentre nella sua mente andava prendendo forma una spiegazione ben più preoccupante.
         <<Ci lasci soli qualche minuto, per favore.>>
         <<Certo>> disse la donna uscendo. <<Certo>> ripeté chiudendosi la porta alle spalle.
         <<Tim, è una bugia quella che hai raccontato a tua madre, non è vero?>> gli chiese mettendosi a sedere sul letto.
         <<No>> disse in un sussurro il ragazzino, scuotendo la testa.
         <<A me lo puoi dire, di me ti puoi fidare>> lo invitò Bran con dolcezza.
         <<Si, le ho detto una bugia>> confessò Tim dopo qualche esitazione, mentre una lacrima gli rigò la guancia.
         <<Cosa ti è successo? Confidami il tuo piccolo segreto, può andarne della tua guarigione.>>
         <<L’altro giorno>> iniziò il ragazzino dai capelli rossi, a fatica << io e i miei amici abbiamo visto in cielo uno strano uccello con delle grandi ali da pipistrello e con quattro zampe simili in tutto e per tutto a piccole braccia e gambe. Curiosi, ci siamo messi a lanciargli dei sassi con la fionda. Bill è riuscito a centrarlo e lo strano uccello, in tutta risposta, ci è venuto incontro strillando. Gli altri se la sono data a gambe, ma io sono rimasto lì immobile, come paralizzato dalla paura>> disse mettendosi a piangere.
Bran lo accarezzò sulla testa, scompigliandoli i capelli riccioluti.
         <<Sono caduto a terra, e l’uccellaccio, non contento di avermi spaventato, mi ha graffiato>> concluse asciugandosi le lacrime.
A quel punto, Bran capì che non si era trattato di uno strano uccello, bensì di un Imp, un demonietto alato usato da molti maghi, soprattutto malvagi, come famiglio ed il cui artiglio avvelena chi ne è colpito.
         <<Ora rilassati, Tim, lascia che l’energia di Orus ti pervada senza opporre alcuna resistenza. Proverai del dolore, non te lo posso negare, sentirai come se una parte di te venisse risucchiata, ma è il veleno che se ne andrà. Resisti, e poi starai meglio, te lo prometto.>>
Così dicendo, Bran Llyr impose le mani all’altezza dei graffi sul petto del ragazzino. Concentrandosi, invocò il potere di Orus, ed in risposta le sue mani brillarono magicamente di una dorata luce calda e rassicurante.
Tim chiuse gli occhi, sentendosi già venire meno.
L’incantesimo raggiunse il suo apice quando Bran spinse con forza sul petto del ragazzino che, gemendo, si irrigidì. Le mani del paladino smisero di brillare, la pressione sul petto di Tim cessò e tutto tornò come prima.
         <<Bravo Tim, sei stato coraggioso. Ti meriti una bella fetta di mela caramellata>> gli disse tirandola fuori da un sacchetto appeso alla cintura, per poi appoggiargliela sul comodino vicino al letto. <<Ora riposa, ne hai molto bisogno>> concluse coprendolo.
Dietro la porta della stanza da letto di Tim, Mari stava aspettando con le mani congiunte in una preghiera ad Orus.
         <<Allora?>> chiese con apprensione al giovane paladino.
         <<Tutto sistemato. Ora Tim sta bene, è solo stanco. Con molto riposo, e del buon cibo, si ristabilirà nel giro di una settimana>> gli rispose Bran con un leggero inchino.
         <<Sia lodato Orus, e tu sia benedetto Bran Llyr!>> esclamò la donna visibilmente sollevata.
Una volta che furono scesi, il paladino le spiegò l’accaduto, sostituendo l’Imp con un uccellaccio, così da non instillare il panico nella donna.
Presa dalla borsa una boccettina di acqua benedetta, gliela porse.
         <<Gliene faccia bere un sorso ogni due giorni finché non sarà finita tutta; lo aiuterà a rimettersi>> le disse infine.
         <<Le sono infinitamente grata, Bianco Bran, non so come ringraziarla.>>
         <<Ho solo fatto il mio dovere nel nome di Orus. Continui ad onorare il Bianco Signore con la preghiera e con una condotta di vita onesta, questo sarà sufficiente.>>
         <<Non ne dubiti>> gli rispose la donna porgendogli il pesante mantello di lana.
         <<Che lo splendore di Orus scenda su di voi e sulla vostra famiglia, donna Mari>> augurò il paladino, dirigendosi verso l’uscita della casa.
         <<E su di voi>> recitò la donna, infine, affrettandosi ad aprirgli la porta.
Nel corso della giornata, il biondo paladino si recò presso una decina di altre case per altrettante visite, riuscendo a guarire i malanni di tutti coloro che avevano chiesto la sua assistenza. Essendo ormai l’imbrunire, Bran decise di avviarsi verso l’unica locanda del paese, dove avrebbe cenato e passato la notte. L’indomani mattina presto, con il cuore leggero e l’animo in pace per il buon lavoro svolto, avrebbe cavalcato verso Ororia per far ritorno al Tempio.

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L’aria si era fatta ancora più fredda, preannunciando una nottata gelida, ma a Bran il freddo piaceva, gli piaceva il tocco morbido del pesante mantello foderato e amava il potersi fare un bel bagno bollente mentre i brividi gli percorrevano il corpo non appena messa una gamba fuori dalla vasca. L’inverno, al contrario dell’estate, lo coccolava.
Sulle foglie delle piante e sui rami degli alberi andava formandosi la brina, mentre il suo respiro, calmo e regolare, si condensava in pesanti nuvolette.
Tutto d’un tratto, la quiete di quell’ora che precede l’apparire della luna e delle stelle, fu spezzata da un chiacchiericcio che diventò presto un brusio per sfociare in un vociare a tratti interrotto da qualche grido. Dirigendosi verso le voci sempre più concitate, Bran fu guidato fuori del sentiero principale che conduceva alla locanda sul lato sud del villaggio. Nel giro di pochi minuti si trovò immerso nel bosco per sbucare, poi, in una larga radura dove sorgeva la piccola fattoria del vecchio Tob.
         <<Che succede?>> chiese ad una donna che gli stava venendo incontro di corsa, con la faccia rossa come un pomodoro ed il fiato corto.
         <<Bianco Bran venga! Che Orus sia lodato se si trova qui proprio adesso!>>
         <<Dimmi che sta succedendo>> ripeté il paladino raggiungendola di buon passo. 
         <<Un regolamento di conti>> gli spiegò cercando di riprendersi. <<Venga con me!>> gli disse infine guidandolo fino alla piccola fattoria.
Arrivato sul posto, il giovane paladino poté vedere tre uomini, con le armi in pugno, discutere animatamente.
         <<Andatevene dalla mia proprietà!>> gridava disperato il vecchio Tob, un Umano sulla settantina, ancora abbastanza vigoroso, dai capelli bianchi così come la lunga barba cespugliosa, impugnando un’accetta.
         <<La tua proprietà?>> rispose l’altro, un Mezzelfo dal volto ricoperto di cicatrici, esibendo un sorriso beffardo.
         <<Questa fattoria è il frutto del sudore della mia fronte e del lavoro delle mie mani, maledetto cane!>>
A quelle parole, il Mezzorco che spalleggiava il Mezzelfo avanzò di un passo verso il vecchio Tob, sferrandogli un ceffone che quasi lo buttò a terra.
Bran si lanciò in aiuto del fattore.
         <<Come osate alzare le mani su di un vecchio!>> gridò con voce ferma ed imperiosa.
         <<E tu chi saresti per dirmi cosa fare e cosa non fare?>> gli chiese il Mezzelfo, mentre un capannello di persone andava formandosi attorno alla scena.
         <<Non ti serve sapere il mio nome, straniero, ti basti sapere che la legge di Orus incombe su di voi!>>
         <<Non crederai di intimorirci nominando qualche divinità! Non sai con chi hai a che fare… E ti basti sapere che il mio amico>> fece indicando con la testa il grosso Mezzorco dai canini sporgenti <<non vede l’ora di fare un pò di esercizio. Fagli vedere cosa capita a chi mette i bastoni fra le ruote a Frederik!>>
Il Mezzorco, brandendo una pesante mazza ferrata, si lanciò su Bran il quale ebbe appena il tempo di schivare il colpo che gli avrebbe fracassato la testa.
         <<In nome di Orus, ti ordino di fermarti!>> fu il suo avvertimento.
Grugnendo, il barbaro si lanciò nuovamente all’attacco.
Questa volta, Bran sfoderò il suo rilucente spadone a due mani, intercettò il terribile colpo ma non riuscì ad arrestarne la corsa: la mazza si schiantò contro la sua armatura che, assorbendo gran parte della forza impressa dal bestione alla mazza, gli salvò la vita.
Ciononostante Bran accusò il colpo e, senza fiato, fu costretto in ginocchio. Un rivoletto di sangue gli scese dall’angolo della bocca. Rialzatosi a fatica, cercando di guadagnare tempo per il lancio di un incantesimo, il giovane paladino indietreggiò, riguadagnando una distanza di sicurezza che gli permise di deviare, con il lungo spadone, i colpi dell’avversario mentre, con uno sforzo di volontà, si costrinse a concentrarsi quel tanto che gli bastava per chiedere l’aiuto di Orus. Quando sentì fluire in lui l’energia divina, il paladino gettò a terra lo spadone cosicché una bianca sfera di luce potesse prendere consistenza nel palmo della sua mano sinistra.
Il Mezzorco, vedendo il suo avversario disarmato, si lanciò su di lui con una furia cieca.
Nello stesso istante, Bran gli scagliò contro la sfera magica, sfoderando subito dopo la spada che portava appesa al fianco.
L’incantesimo colpì il barbaro in pieno petto: le forze gli vennero meno per un istante e contemporaneamente le braccia gli si intorpidirono perdendo sensibilità. Il colpo di mazza non andò a segno, bensì mancò Bran facendo perdere l’equilibrio al bestione.
Senza perdere un solo istante, approfittando degli effetti debilitanti dell’incantesimo, il paladino dai profondi occhi azzurri balzò verso il suo avversario, colpendogli la nuca con il pomo della spada. L’energumeno si accasciò a terra privo di sensi.
Il cinico sorrisetto di Frederik gli morì sulle labbra. Sbalordito dall’accaduto, ed in preda alla paura, l’agile Mezzelfo cercò di darsela a gambe sgattaiolando tra la piccola folla che si era radunata dinnanzi alla fattoria di Tob. La gente del villaggio, però, non se lo fece scappare da sotto il naso e, mostrando una prontezza insospettabile per tranquilla gente di campagna, braccarono letteralmente il farabutto.
Asciugandosi con il dorso della mano il sangue che gli macchiava le labbra, Bran rinfoderò la spada e raccolse lo spadone, adagiato a terra poco più in là.
Due robusti abitanti del villaggio tenevano saldamente il Mezzelfo per le braccia, impedendogli la fuga.
Zoppicando leggermente, il vecchio Tob si avvicinò con cautela a Frederik, accusandolo a gran voce della sua rovina.
         <<L’incendio dell’estate scorsa alla mia stalla è opera tua, maledetto!>> inveì il fattore.
         <<Sei un pazzo sclerotico…>> gli rispose l’altro con calcolata non curanza.
         <<Se quello che dice Tob è vero, ti sei macchiato di una grave colpa>> gli disse Bran avvicinandosi.
         <<Assassino bastardo! In quel rogo è morta mia moglie…>> continuò il fattore stringendo il pugno sul manico dell’accetta. <<La mia amata Talia… Farabutto, manigoldo schifoso!>> inveì ancora mentre le lacrime velavano i suoi stanchi occhi.
         <<Non cercare di buttare la colpa su di me, vecchio disonesto>> gli rispose Frederik. <<Mi deve ancora i soldi che gli ho prestato per ricostruire il suo buco di fattoria>> continuò rivolgendosi a Bran.
         <<E’ vero, Tob?>>
         <<Si Bianco Bran, è vero. Purtroppo le mie mani tremolanti non riescono più a lavorare come una volta, e le cose non mi vanno nel migliore dei modi>> confessò il vecchio, amareggiato. <<Però il colpevole dell’incendio è lui! Non è stato un incidente, ne sono sicuro!>>
         <<Come fai ad esserne così certo?>> gli chiese Bran.
         <<Stavo uscendo di casa per andare a chiamare Talia quando dalla finestra ho visto quel Mezzorco appiccare il fuoco alla stalla con una torcia e poi darsela a gambe verso il bosco!>> disse disperato, con la testa fra le mani.
         <<Non hai alcuna prova della mia colpevolezza, vecchio ubriacone!>> si fecce beffe lo spietato Mezzelfo.
         <<Questo lo dici tu, Frederik>> gli rispose Bran Llyr, compiaciuto. <<Tenetelo ben fermo>> disse rivolgendosi ai due uomini che stringevano le braccia del Mezzelfo. <<Se non hai niente da nascondere, e se davvero sei innocente come dici di essere, non avrai niente in contrario se ti sottopongo ad un incantesimo di sincerità>> continuò il biondo Bran tornando a rivolgersi al malvivente il quale, con la forza della disperazione tentò di liberarsi smettendo di dimenarsi solo quando il filo dell’accetta di Tob si appoggiò sul suo esile collo.
Bran salmodiò la sua preghiera ad Orus, raccogliendo le sue ultime forze divine. Imponendo le mani sulla fronte del Mezzelfo, Bran gli chiese di rispondere alla sua domanda.
         <<E’ stato il tuo amico Mezzorco ad incendiare la fattoria di Tob, al fine di farti chiedere un prestito di denari per poi rifarti sugli interessi?>>
Il Mezzelfo, come in trance, confessò la propria colpevolezza e, ripresosi poco dopo dall’effetto dell’incantesimo, maledisse Tob, quel villaggio e soprattutto il paladino ricevendo, per tutta risposta, un colpo in testa che gli fece perdere i sensi.
         <<Tob, dovrei chiederti di darmi delle corde ed un secchio d’acqua>> fece Bran posandogli la mano sulla spalla, sorridendogli soddisfatto.
         <<Con piacere!>> esclamò il vecchio, ora con cuore più leggero e voce ferma, affrettandosi ad entrare in casa per uscirne, qualche minuto dopo, con il tutto.
         <<Aiutatemi a legarli per bene>> chiese il paladino ad alcuni abitanti del villaggio mentre era intento ad immergere le corde nell’acqua cosicché, asciugandosi poi, i nodi si stringessero ulteriormente attorno ai polsi ed alle caviglie dei due malviventi, rendendogli praticamente impossibile liberarsi.
Così, i sogni di un pasto caldo e di un letto morbido andarono in fumo, con rammarico del giovane paladino il quale, dopo aver portato il Mezzelfo ed il Mezzorco al villaggio, si vide costretto a partire immediatamente per Ororia. Alla luce di quella pallida luna e delle stelle dorate, in sella al suo cavallo, conducendone per le redini altri due sopra i quali aveva caricato e legato i due delinquenti, percorse il largo sentiero di campagna che lo avrebbe condotto presso la Torre del Conclave e poi al Tempio dove, finalmente, avrebbe potuto riposare nel suo comodo letto.

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Quella stessa notte, Damien, GranMaestro della Gilda dei Paladini, e Thoris, Maestro della Gilda e secondo in grado ed esperienza e potenza solo allo stesso Damien, sognarono lo stesso incubo.
Persi in un’oscurità talmente fitta da divenire palpabile, vagavano in un Tempio impregnato di un puzzo di morte e putrefazione in cerca della scintilla di Orus e della loro fede smarrita, pur sapendo in fondo ai loro cuori di essere saldi nella loro devozione. Dai meandri dell’Abisso, una voce femminile, calda ma ingannatrice ed allo stesso tempo suadente ma piena di malizia, iniziò ad instillare nella loro mente una serie di verità distorte ed equivoche. La voce divenne sempre più alta e stridula, costringendoli a tapparsi le orecchie con le mani per non impazzire. D’un tratto, e solo per un istante, il medaglione a foggia di sole raggiante che portavano al collo brillò di una bianca luce esplosiva mentre, dall’alto dei cieli, una voce maschile, forte e sincera, contrastò quella femminile divenuta ora un grido diabolico.
Svegliatosi di soprassalto, Thoris, un Umano dai lunghi capelli color nocciola così come gli occhi, si infilò i vestiti in tutta fretta e, chiudendosi la porta alle spalle senza fare rumore, uscì dalla sua stanza diretto verso la Sala del Bianco Scranno.
Lì, seduto sul suo scranno, trovò Damien, serio in volto e pensieroso.
         <<Che quel giorno non arrivi mai>> gli sussurrò Thoris dopo essersi inginocchiato al suo fianco. <<Non posso credere che un giorno smarriremo la retta via. Così deboli sono i nostri cuori, Damien?>>
         <<No, no mio caro Thoris>> gli rispose il paladino dai corti capelli castani e dai duri lineamenti spigolosi. <<Non noi. La divinazione va interpretata, le parole ed i messaggi degli Dei sono densi di significato al di là delle loro apparenze. Sarà il mondo a perdere la fede e con essa la speranza>> gli spiegò con voce roca.
         <<Non finché alla guida della Gilda ci sarà un GranMaestro della tua saggezza!>> esclamò Thoris serrando i pugni.
         <<Sento un gran peso nel cuore, fidato Thoris, come se il destino del mondo stesse per indirizzarsi su un oscuro binario… Sento un pericolo crescente, un’oppressione che non mi dà pace e che turba le forze del mondo. I piatti della bilancia stanno per inclinarsi ma non sono sicuro da quale parte. Bene o male, luce o tenebra?>>
         <<E’ una sensazione che condivido, Damien, nemmeno io sono tranquillo in questi giorni. Temo per la tua persona, temo per la Gilda e per il Sacro Regno>> gli rispose il paladino dagli occhi nocciola fissando con sguardo preoccupato il medaglione di Orus appeso al collo dell’altro.
         <<Si, Thoris, i tuoi saggi occhi guardano nella direzione giusta. Lo sento irrequieto, quasi pulsante>> affermò Damien stringendo il pendaglio a forma di sole raggiante. <<Non dobbiamo però disperare, questo mai! La divinazione ci lascia una speranza, una piccola speranza forse, ma sempre presente. Se il mondo cadrà nell’oblio ci sarà sempre qualcuno, per quanto a noi sconosciuto o per quanto improbabile, che cercherà tra le tenebre la luce, la scintilla di Orus, e la riporterà a galla. Il mio cuore non ne dubita, amico mio.>>
         <<Non posso che augurarmi che sia così>> gli rispose Thoris, con un sorriso amaro. <<Tornando a noi, Damien, il Nemico potrebbe essere in procinto di colpire e non escludo che l’attacco possa essere portato alla tua persona. Se ciò può risultare utile alla nostra causa, sono disposto a condividere il fardello che grava su di te. Sarebbe un onore.>>
         <<Mio caro Thoris, non posso chiederti questo, non sarebbe giusto porre sulle tue spalle un simile peso che non sono sicuro riusciresti a reggere.>>
         <<Non me lo stai chiedendo, sono io che mi sto offrendo.>>
         <<Ciononostante non ne avrei il cuore, amico>> gli rispose un Damien sinceramente amareggiato.
         <<Non sottovalutare la mia fede ed il mio cuore, mio Maestro.>>
         <<Non era certo nelle mie intenzioni, credimi!>> gli assicurò il GranMaestro dei paladini, posandogli affettuosamente una mano sulla spalla.
         <<Allora lascia che lo indossi, così che non rischi di cadere nelle mani sbagliate!>> fu l’accorata risposta di Thoris. <<Sai bene quanto me che è necessario>> concluse.
         <<E’ con il cuore ancora più pesante che ti passo questo fardello, mio adorato Thoris. Sai che sei stato più di un allievo e perfino più di un amico, per me sei come un fratello…>>
         <<Lo stesso vale per me, caro Damien, ed è proprio per questo che ti chiedo di scambiarci i medaglioni. I fratelli devono sempre aiutarsi nel momento del bisogno, nei momenti bui della vita.>>
         <<Sì, hai ragione, solo non rischiare che cada nelle mani sbagliate, nemmeno per salvare la mia vita. Preferisco morire sapendo il medaglione al sicuro, tra le tue sagge e forti mani, piuttosto che contravvenire ai miei doveri nei confronti del Bianco Signore, Nostro Dio che è Orus>> gli disse, sfilandosi con mano tremante il pendaglio a foggia di sole raggiante.
L’altro paladino, dal canto suo, fece lo stesso con il suo medaglione, completando lo scambio.
Non appena Thoris ebbe indossato il pendaglio portogli da Damien, si sentì quasi soffocare da un grave peso sul petto. La testa prese a girargli, mentre le mani, le braccia e le gambe gli si intorpidirono. Facendo del suo meglio per nascondere il proprio malessere a Damien, si tirò in piedi.
         <<Non farti sopraffare, imponigli la tua volontà e respingi la sua influenza malvagia>> gli consigliò il GranMaestro, agli occhi del quale ben poche cose potevano essere nascoste. <<Prega Orus affinché ti conceda la forza di resistere al richiamo del Nemico; ti aiuterà a sostenere il fardello>> gli disse prendendolo sottobraccio, aiutandolo ad uscire dalla Sala del Bianco Scranno.

Per tutta la notte, fino al sorgere del sole, Damien e Thoris pregarono insieme Orus, chiedendogli la grazia di poter portare a compimento il destino che il Dio gli aveva affidato.      


E per gustare al massimo l'esperienza di lettura, tre tracce di cui vi consiglio l'ascolto prima, durante e dopo: Modena city ramblers - Irlanda, in un giorno di pioggiaAllen Lande - The battleDio - Heaven and hell.